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I Garibaldini

creato da DIMITRI BOSI
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ultima modifica 19/11/2007 12:26

L'Abruzzo Teramano, per tradizioni storiche e sentire civile, alimenta non poco il movimento nazionale che trova culmine e svolta nell'impresa garibaldina dei "Mille". Le aspirazioni costituzionali e democratiche e quindi unitarie avevano avuto modo di manifestarsi diffusamente nel corso dell'Ottocento preunitario attraverso gli episodi salienti del 1814 a Città S. Angelo, del 1837 a Penne, del 1848-49 quando fu l'intera Provincia a partecipare al moto costituzionale che parve per un momento avere successo e coronamento nella "guerra italiana" contro l'Austria. Cosicché allo scoppio della "Seconda guerra d'indipendenza", anche il Meridione d'Italia e l'Abruzzo Teramano entrarono in un clima di eccitazione politica e civile che avrebbe condotto, in meno di un biennio, alla unificazione nazionale.


La partenza di Giuseppe Garibaldi da Quarto alla volta della Sicilia richiama giovani ardenti di amor patrio insieme a vecchi patrioti che già avevano partecipato al fianco del Generale alle campagne del 1848-49. I Teramani sono numerosi e talvolta pagano con la morte la generosità che li fa accorrere sui campi di battaglia dove si compie l'antica aspirazione nazionale. A leggere le tal- volta scarne biografie dei Garibaldini teramani si percepisce una passione prorompente, un entusiasmo alimentato dal moto risorgimentale, un afflato romantico che spesso rappresenta il collante culturale grazie al quale la lotta unitaria trova intima linfa.

Ben settantadue sono i teramani, che a buon diritto possiamo definire garibaldini, e che combatterono cioè nelle campagne di Lombardia a fianco dell'esercito Sardo nel 1848, nella difesa della Repubblica Romana nel 1849, nell'"Esercito meridionale" che nel 1860 liberò il Mezzogiorno d'Italia, tra i volontari Cacciatori delle Alpi nella Terza Guerra di Indipendenza nel 1866, nella spedizione romana nel 1867 conclusasi tragicamente a Mentana.

Questi uomini provenivano da molteplici centri della Provincia e appartenevano a tutti i ceti sociali, a famiglie di antico lignaggio e ruolo civile come Troiano De Filippis Dèlfico, come pure a famiglie di modesta estrazione come il fornaio Francesco Paolo Di Teodoro, o il sarto Berardo Bonolis. A scorrere le professioni svolte da questi uomini il quadro che se ne ricava è davvero variegato; troviamo: proprietari, contadini e coloni, bracciali, medici, farmacisti, calzolai, stagnini, professori, bettolieri, maniscalchi, negozianti, sarti, musicisti, cuochi, musicanti, pirotecnici, orefici, barbieri, fornai.
Essi rappresentano un caleidoscopio capace di restituirci la ricchezza sociale, umana, civile e morale di quel periodo così fondante per i destini nazionali.

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